LA STORIA

La storia dei Francese padre e figlio in tv, due tenaci sognatori in cerca della verità

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PALERMO. Del ticchettio dei tasti della sua macchina da scrivere Cosa Nostra aveva una gran paura. Perché nulla come una chiara informazione può rivelarsi un problema per certi piani sanguinari, un intralcio con cui non avevi fatto i conti, un pericolo incombente. Mario Francese, cronista di giudiziaria del Giornale di Sicilia, era uno che metteva davanti a tutto il dovere dell’esattezza. Che è come una sicura, lì a sbarrare la strada a tutto ciò che non è cronaca precisa, analisi dettagliata, senza omissioni e neppure sospette dimenticanze. Un uomo che aveva sempre saputo da che parte stare, che non voleva saperne di abitare il tempo e basta. Un giornalista dalla scrittura chiara, diretta, in tempi in cui si negava l’esistenza stessa della mafia era davvero troppo per le avide belve corleonesi, che armate fino ai denti, in quegli anni ’70, davano la scalata a Palermo. Nomi da far accapponare la pelle: da Riina a Madonia, da Greco a Bagarella. Disposti a tutto pur di accalappiarsi appalti e subappalti per la diga Garcia, pur di gestire traffici criminali, mantenendo amicizie politiche e protezioni altolocate. Sapevamo ancora poco, noi: Buscetta non aveva ancora rivelato nulla. Francese, invece, aveva intuito tutto: troppo invadente, lo fecero fuori, il 26 gennaio del 1979. E su di lui cadde il silenzio, insopportabile più degli spari. Poi, per una di quelle acrobazie che fa la vita, fu suo figlio Giuseppe, il piccolo di casa, a «fare» come Mario, cioè il cronista. A indagare, collegare, approfondire. A mostrare forza mentre era fragile. Riuscirà a dimostrare che era stata la mafia a sottrargli il padre per poi scegliere di uscire di scena nel modo più drammatico. Due così dovevano per forza trovare posto in una serie che si chiama «Liberi sognatori. Le idee non si spezzano mai»: è già passata in tv la storia di Libero Grassi, domenica prossima (prima serata su Canale 5) vedremo «Delitto di mafia. Mario Francese»: il film, che è anche l’ultimo lavoro di Gigi Burruano, è stato presentato ieri sera a Palermo al Rouge et Noir, alla presenza degli interpreti Claudio Gioè (Mario Francese), Marco Bocci (Giuseppe Francese) e Romina Mondello (la moglie di Francese), del regista Michele Alhaique, del produttore di TaoDue Pietro Valsecchi, di Claudio Fava che ha partecipato alla sceneggiatura «di una storia di dignità non di eroismo», del giornalista Attilio Bolzoni e del sindaco Leoluca Orlando («Oggi la mafia non governa Palermo: è il modo migliore per dire grazie a Francese»). La fiction li mette insieme, padre e figlio: le indagini giornalistiche del primo, la tenace ricerca della verità del secondo. «Sarebbero serviti tre film per raccontare una figura come Mario Francese, l’altissimo senso civico di una figura che non trova uguali nel giornalismo. Purtroppo è un grande rimosso», spiega Gioè, che con l’inganno del cinema passa da Riina a Francese. Scorrono le strade della città, a Palazzo delle Aquile, dove sono state girate alcune scene, c’è don Vito Ciancimino. Povera Palermo. «Francese – continua Gioè - amava la gente, era uno che suggeriva le domande al pubblico ministero, tale era la sua conoscenza di uomini e cose». Bocci/Giuseppe, dice: «Io e Mario abbiamo fatto la stessa cosa: abbiamo cercato la verità. L’incontro con Giulio, figlio di Mario, è stato fondamentale». Romina Mondello: «Ho lavorato di fantasia, facendo la moglie nella prima parte e la mamma che protegge i figli nella seconda». Giulio, interpretato da Orlando Cinque, è oggi presidente dell’Ordine dei giornalisti di Sicilia. Ecco il suo commento: «Gioè fisicamente non somiglia a mio padre ma in lui rivedo lo sguardo profondo e buono di papà, quel sorriso di persona generosa; Bocci, invece, è belloccio come Giuseppe, lo ricorda. Mi piace che dalla loro interpretazione vengano fuori la voglia di vivere di mio padre e di mio fratello e le loro storie fortissime per intensità, spessore e tragedia. Questo lavoro spezza un tabù, perché finalmente si occupa della vicenda di mio padre: a parte Pif, nessuno l’ha fatto. Eppure lui è stato il primo a raccontare i Corleonesi, quando i suoi stessi colleghi gli davano del visionario, è stato il primo a intervistare Ninetta Bagarella. E oggi noi abbiamo i suoi scritti digitalizzati grazie al lavoro di Giuseppe». Inventare le ferrovie non cambiò di un metro le distanze: ma ne stravolse l’idea. Con Francese alla macchina da scrivere, la mafia era sempre quella, il nostro cervello no.

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