LA MORTE DEL CAPO DEI CAPI

La salma di Riina in viaggio verso Corleone, tumulazione poco dopo l'arrivo

PALERMO.  Il cimitero è off limits dalle 5 del pomeriggio. Presidiato da un piccolo esercito di carabinieri e polizia e da un manipolo di vigili urbani che impedisce alle auto di sostare davanti all'ingresso. Attendono l'arrivo del "capo dei capi", Totò Riina che tornerà nel suo paese, Corleone.

Il feretro con la salma del capomafia, morto a Parma venerdì, è in viaggio per la Sicilia. Il carro funebre ha lasciato l'ospedale intorno alle 9, scortato da un'auto della polizia e accompagnato dalla macchina con i familiari. Sull'organizzazione del viaggio c'è grande riserbo: non si sa, infatti, se il tragitto sarà tutto via terra o se la bara sia stata caricata sulla nave di linea per Palermo.

Dopo una breve benedizione della salma, il boss dovrebbe essere tumulato. Tutto dovrebbe compiersi in pochi minuti visto che la Chiesa, attraverso monsignor Pennisi, arcivescovo di Monreale, ha da giorni fatto sapere che non si terrà un funerale religioso. La scomunica dei mafiosi decisa da Papa Giovanni Paolo II, nel 1993, lo vieta.

"Al più una benedizione, se mi sarà chiesto dai familiari", ha detto fra Giuseppe Gentile, parroco della chiesa di Santa Maria delle Grazie, lo stesso sacerdote che ha celebrato le nozze di Lucia Riina, la minore dei quattro figli del boss. "Appena mi avvertiranno che il feretro è in arrivo, verrò ad aprire", spiega il responsabile del cimitero di Corleone, Vincenzo Pecoraro. Il capomafia verrà sepolto nella tomba della sua famiglia.

"Riina-Rizzo", si legge sulla lapide. A pochi metri c'è quella di Bernardo Provenzano, boss che con lui scalò i vertici di Cosa nostra e fece di Corleone la capitale della mafia. Luciano Liggio, il suo "maestro", è sepolto qualche metro più in là, e sempre a breve distanza riposa Placido Rizzotto, sindacalista che la ferocia dei boss corleonesi l'ha pagata con la vita. Bene e male insieme nello stesso luogo. Dal cimitero alla piazza del paese divenuto nel mondo sinonimo di mafia, si arriva in pochi minuti.

E l'atmosfera cambia. Nessun presidio, nessuna folla di curiosi, nessun giornalista. Pochi capannelli di persone, molte anziane, chiacchierano nell'umido della sera. "Certo che l'ho conosciuto Riina - racconta un vecchietto - Io facevo il pastore, eravamo vicini di casa. Lui aveva sette anni più di me. Poi le nostre strade si sono divise, lui ebbe una discussione con un compaesano, ci fu una rissa e ci scappò il morto".

Riina aveva solo 19 anni e fu il suo battesimo col sangue. Il compaesano morì e il capomafia, allora solo un picciotto di Luciano Liggio, finì in carcere. Tra cella e latitanza il boss, a Corleone, s'è visto poco. Poi nel '93, l'arresto e il ritorno della sua famiglia in paese. "Con la sua morte per noi non cambia niente - dice un altro - Non so se fosse buono o cattivo, questo lo dirà Dio e la sua coscienza. A noi, a Corleone non ha fatto nulla di male". Per tutti che Riina torni "a casa" è scontato. Giusto. "Era il suo paese - dicono - Perché non dovrebbero seppellirlo qui?". Nessuno crede che ci sia il rischio che la sua tomba diventi meta di pellegrinaggio o luogo simbolo per chi voglia emulare il capomafia. "Corleone è libera ed è un piccolo paradiso terrestre - assicurano - Solo voi giornalisti continuate ad accostarci a Cosa nostra".

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