MORTO IL CAPO DEI CAPI

Riina, quando dal carcere disse alla moglie: "Io non mi pento..."

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Salvatore Toto' Riina alla sua prima udienza del processo sulla strage di Capaci nell'aula-bunker dell'Ucciardone a Palermo, in una immagine del 28 febbraio 1993

PALERMO. "Io non mi pento ... a me non mi piegheranno". Nessun cedimento, nessun passo indietro. Fino alla fine. Totò Riina, "la belva", così lo chiamavano in Cosa nostra per la sua crudeltà, ha pronunciato queste parole solo qualche mese fa parlando con la moglie nel carcere di Parma.

Una vita da latitanti insieme, poi insieme a distanza, divisi dalle sbarre della cella, quella di Riina e Ninetta Bagarella. "Io non voglio chiedere niente a nessuno - le diceva riferendosi alle istanze che il suo legale avrebbe voluto presentare - mi posso fare anche 3000 anni no 30 anni".

Una conversazione, quella dei due coniugi, che ha confermato ai giudici, chiamati a decidere sulla compatibilità col carcere delle condizioni di salute del boss, che il capo dei capi era ancora vigile e lucido. E consapevole del suo ruolo. Parlando del direttore del carcere - annota il tribunale che ha respinto la richiesta di differimento pena per il padrino - "ha toccato il proprio petto a indicare se stesso e ha sostenuto di essere anche lui un capo".

"Io sono Salvatore Riina ... e resterò ... e resterò nella storia", diceva alla moglie. E che lo scettro del capo di Cosa nostra fosse ancora suo l'ha scritto, a luglio, anche la Dia nella sua relazione semestrale sulla criminalità organizzata. "L'ormai ottantaseienne boss corleonese continuerebbe ad essere alla guida di Cosa nostra a conferma dello stato di crisi di un'organizzazione incapace di esprimere una nuova figura in sostituzione di un'ingombrante icona simbolica", si leggeva nel documento.

Nonostante l'età e lo stato di salute compromesso da anni, il padrino dunque non è mai tornato indietro. Solo tre anni fa conversando durante l'ora d'aria con un compagno di detenzione, Riina ha continuato a rivendicare le stragi, a minacciare di morte magistrati, a ricordare quando fece fare a Falcone "la fine del tonno".

Con lo Stato Totò u curtu, non ha mai voluto parlare. Recentemente al processo sulla cosiddetta trattativa il suo legale accennò a una intenzione di rispondere alle domande del pm. Ma Riina, steso su una branda, già in pessime condizioni, collegato in videconferenza, smentì all'udienza successiva. D'altronde, nelle sue prime apparizioni giudiziarie dopo la cattura il padrino sosteneva di aver saputo dell'esistenza di Cosa nostra da tv e giornali.

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