A Palermo le opere di Hummel, la svizzera che racconta il Mediterraneo

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PALERMO. Si potrebbe dire che le piccole cose di pessimo gusto abbiano iniziato un viaggio contemporaneo che fa loro attraversare lo Stivale e approdare in un luogo che ha bisogno di memoria.

E forse proprio in questa ricerca spasmodica di segni, sta il lavoro di Francesco Pantaleone che a fine mese apre uno spazio d’arte a Milano.

Non galleria e non store, ma luogo elegante, a due passi da Porta Romana: dopo Bad New Business Gallery ecco la nuova finestra del tutto off, alla ricerca di stimoli concreti, sfide neanche tanto segrete, a poca distanza da Artopia, Artra e Galica.

Ma a Milano come nella sua «casa» palermitana, Francesco Pantaleone cerca la luce.

E i segni, le orme, visto che inaugurerà con un’amica come Liliana Moro –in questo caso, milanese di rientro: per chi, come lei, ha studiato a Brera e ha indagato le connessioni crude e poetiche, una galleria novella è una sfida meravigliosa -, pronta a presentare il suo nuovo progetto che riflette sul presente.

In attesa di tutto questo, alla galleria palermitana si continua a produrre, a cercare, a sottolineare.

Come fa Cécile Hummel che fino al 30 aprile propone La mémoire du temps dans l’espace, mostra a cura di Agata Polizzi che prende le mosse, appunto – vedi sopra – dalle tracce di gozzaniana memoria.

Cécile deve essere una tosta, e non capita spesso che un’artista svizzera si affacci alla scena mediterranea: con lei è successo e ci si è immersa fino al collo.

«Usa l’archivio come strumento intimo di catalogazione, il viaggio come esperienza del mondo, la memoria come traccia per rappresentare. Persone conosciute, luoghi, sensazioni o percezioni, sono pretesto per uno scavo nell’archeologia di un vissuto che ci appartiene, immagini come elemento minimo di una narrazione», scrive Agata Polizzi.

E infatti questa cinquantacinquenne di Gottlieben, ama accumulare: pezzi, brandelli, fotografie, ricordi, cose, visioni, disegni, vissuto, polvere e oggetti.

Tutto insieme va a comporre un grande foglio su cui scrivere.

Il punto di partenza è di certo la formazione umanistica che la porta a cercare la radice e la matrice delle cose, la loro storia e i loro segni.

Da lì in poi, la Hummel va avanti con metodo: La mémoire du temps dans l’espace racconta quindi il Mediterraneo, questo nostro stesso Mare Nostrum su cui si stanno interrogando gli artisti di due continenti.

Lo stesso sostrato cognitivo che sembra bere e risputare le storie di chi è passato, non si è fermato, è anche scomparso.

Un Mediterraneo che parla a tu per tu con la Storia, ma non può esimersi di aprirsi a chi arriva. Cécile Hummel rilegge con il suo lavoro, la quotidianità: oggetti riciclati, architetture, animali, scorci, giardini, angoli, ovvi elementi significativi di come l’uomo percepisce e subisce lo spazio e il tempo.

Questa mostra da Francesco Pantaleone è un grande affresco complesso di fotografie, disegni e installazioni e nasce da viaggi tra Italia, Egitto e Marocco, da sguardi complessi su città semplici; e il contrario, occhiate facili su metropoli complicate.

La Sicilia soprattutto, viene letta attraverso piccoli dettagli che ingigantiscono, ripetono e dispongono immagini come tanti tasselli di un unico puzzle.

«Archivi appunto, identità recuperate da un passato sbiadito che sopravvive nel presente, si intreccia con scene di vita reale, diventa alterità», scrive ancora Agata Polizzi.

Le immagini seppiate, lontane, appartenenti ad un nontempo immobile, raccolgono ornamenti, reperti e paesaggi che l’artista ricompone come fossero documenti da mostrare, tenere sotto agli occhi, legame tra passato e presente.

I disegni contribuiscono alla riflessione, sono pause per pensare, felici di replicarsi. «Il romantico tentativo di classificare una cultura che affonda il suo intimo significato nella comune appartenenza, fanno del lavoro di Cécile Hummel una versione di quella che è la sua capacità di legarsi ai luoghi e alla loro storia, di percepire quella parte di verità che rende una e una sola l’esperienza».

La mostra è aperta nella galleria di uno dei Quattro Canti, fino al 30 aprile.

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