Gli scatti giovanili di Tornatore in mostra a Villa Cattolica

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BAGHERIA. Piccoli bagheresi crescono anche se, in realtà, lui sta ancora lì e sembra non essersi mai spostato dalla sua Bagheria.

E quella terra, vagheggiata e «necessaria» che gli nutre l’anima, memoria che non conosce oblìo, nel nuovo museo Guttuso, a villa Cattolica, ha riservato una grande sala per gli scatti giovanili del Peppuccio più famoso d’Italia.

Perché, fino a quando aveva vent’anni, al «ciak, si gira» preferiva il «clic, si fotografa».

Giuseppe Tornatore da Baarìa, regista da Oscar, Grand prix speciale della giuria a Cannes e quattro Bafta (l’equivalente britannico degli Oscar americani), da bambino aveva le stesse passioni di oggi ovvero fotografia e cinema.

A otto anni, dalla sua casa in via Gagliardo arrivava fino a via Lanza per chiamare l’amico Mimmo Pintacuda (proiezionista ma anche fotografo dai «pedinamenti zavattiniani» che, in materia di immagini l’ha «svezzato») e andare insieme a lavorare, al cinema Capitol.

Proprio a quell’amico ha dedicato il film che, nel 1990, gli fatto conquistare la statuetta più ambita con «Nuovo cinema Paradiso».

La sceneggiatura più che originale era reale raccontando le storie di due vite: la sua e quella di Mimmo, il Salvatore e l’Alfredo del grande schermo, eterni sognatori in cabina di proiezione.

Tornatore, Bagheria è un paese per fotografi?

«Direi che fotografare è soprattutto il modo più libero, più puro e più rapido di raccontare la realtà».

Una realtà «invisibile» a molti, però…

«In questo Pintacuda è stato un maestro. Mi ha sempre colpito la sua capacità d’osservarla senza manipolarla. Le sue foto mostravano la realtà di Bagheria che sfuggiva all’occhio di chiunque ma non alla sua sensibilità visiva».

Tornatore ragazzo, faceva clic con gli occhi del cinema?

«Non lo so. Direi che ero un’anima divisa in due: amavo il cinema mentre scoprivo la fotografia e cercavo analogie tra il piccolo cinema verticale e quello orizzontale».

Per lei, fotografare è un vizio, una necessità o una magnifica ossessione?

«È soprattutto una magìa. Ma, da uomo di cinema, non posso che preferire il titolo del film di Douglas Sirk, «magnifica ossessione».

Il regista impartisce ordini alla troupe su come muoversi o cosa fare, il fotografo no. Ama il cinema perché così governa meglio una realtà che non le piace?

«La fotografia non governa ma cattura la realtà che avviene di per sé. Anche se, in verità, la messa in scena è fondamentale nel campo dei ritratti. Ho sempre amato tutto del cinema, a cominciare dalla sala buia dove si proiettavano immagini. Direi che ho sfruttato la fotografia (finché ho potuto) per arrivare al cinema».

Com’è una foto Tornatore style?

«I miei scatti di inizio carriera sono riconoscibili perché inquadro sempre «di spalle». Avevo timore a mostrarmi ai miei ignari soggetti. Per pudore ma anche perché, se fossi stato visto, sarebbe sparito l’incanto dell’attimo».

Come ne «La vampa» di san Giuseppe del 1967?

«Per quella, la scelta è stata obbligata proprio dal fuoco che si vede oltre la silhouette dei due soggetti. Ma la foto che amo di più è un’altra…».

Guardando i suoi scatti di ieri, cosa ci vede, oggi?

«Com’eravamo e come non saremo mai più. Oltre ad una certa ingenuità nella realizzazione tecnica…».

L’ultima foto che ha fatto…

«Martedì sera, dalla finestra del mio studio, a Roma: un tramonto struggente, bellissimo e banale. L’ho cancellato: le macchine digitali permettono di tenere in memoria ciò che si vuole. E poi un’altra, il giorno dopo, andando a teatro: sulla facciata di una chiesa, dentro una specie di lunetta, c’era un gatto. Ma la sua coda era, come dire, fuori cornice. Ecco, quella l’ho tenuta…».

Ma tiene sempre una macchina fotografica in mano?

«Frequentemente: adoro la sintesi espressiva del clic».

Se non avesse fatto il regista, crede che avrebbe vinto l’Oscar per il miglior scatto dell’anno?

«Solo se avessi fotografato la corrispondenza della leggenda del pianista del nuovo cinema Paradiso… Scherzi a parte, una foto fatta da me e che amo in particolar modo, è un’altra. È uno scatto davvero poco conosciuto fatto durante una festa a Porticello: una coppia era seduta al bar in piazza; sul loro tavolino niente, neanche una tazzina di caffè. Lei ha gli occhi chiusi e dorme già, lui sta per crollare dal sonno ma si ostina a guardare lo spettacolo…La ricordo come fosse oggi».

Avendone vinto uno, è membro di diritto dell’Academy. Domani si assegnano gli Oscar 2017: per chi ha votato?

«Per regolamento non posso dirlo».

Ma potrà dire se ama i musical?

«Moltissimo. Ma anche i film di guerra e i drammi di famiglia…».

Mai pensato d’appendere la macchina da presa al chiodo e lasciarsi portare dal «fotografo ragazzino» che è in lei? Ora, non è esattamente uno sconosciuto…

«Mai. Anche se, nei momenti difficili (e per i cineasti ce ne sono tanti), mi viene in mente la libertà d’azione che solo fotografia e pittura possono regalare».

Qual è la Sicilia che oggi fotograferebbe?

«Quella delle strade, dei mercati e delle piazze affollate. E quella delle case e degli scorci dalle finestre».

Il suo maestro Pintacuda, ad un certo punto, preferì gli oggetti; lei, invece, ha sempre inquadrato persone...

«Sono approdi opposti che si riferiscono a due periodo diversi delle nostre vite. La 'natura morta' di Mimmo ovvero gli scatti che lui ha fatto ai particolari arrivano quando io sono già andato via da Bagheria e faccio cinema. Sono due meravigliose stagioni diverse. Quando Mimmo fa parlare le sedie, io riprendo le persone: la figura umana, nel mio cinema, è fondamentale».

Come inquadrerebbe il mondo?

«Come un’enorme Bagheria».

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