Palermo, Mafia e Mafie
MAFIA

Intestazione di beni e riciclaggio: nove arresti a Palermo, anche un avvocato

PALERMO.  Il suo ruolo negli affari immobiliari dei boss l'ha riassunto lui stesso. Non sapendo d'essere intercettato, l'avvocato Marcello Marcatajo, 69 anni, ex docente universitario, civilista molto noto a Palermo, vantandosi dei rapporti consolidati con un imprenditore edile mafioso ammetteva candidamente: «io dal 2003 faccio atti anche importanti di compravendita con Francesco (figlio del costruttore vicino a Cosa nostra Vincenzo Graziano ndr)...C'è tutto un rapporto». Parole emblematiche che confermano quanto da mesi i militari del Nucleo Speciale di Polizia Valutaria sospettavano: e cioè che il legale per quasi 13 anni ha curato gli interessi dei clan. L'inchiesta delle Fiamme Gialle, coordinata dalla Dda, nasce dopo il sequestro tra le carte di Graziano, imprenditore edile arrestato nel 2014, di una serie di documenti in cui si faceva riferimento a Marcatajo.

Da allora, per mesi, gli investigatori hanno intercettato l'avvocato, arrestato oggi insieme ad altre otto persone con l'accusa di riciclaggio, reimpiego di capitali illeciti, peculato e intestazione fittizia di beni, reati aggravati dall'avere favorito Cosa nostra. E sono state proprio le intercettazioni a confermare il ruolo dell'avvocato che nelle sue conversazioni alternava preoccupazione per un coinvolgimento nell'indagine dopo l'inizio della collaborazione con la giustizia del capomafia Vito Galatolo all'ostentazione del proprio contributo alla consorteria. «Tutti questi signori hanno attinto e attingono da questa minna (seno ndr) che è la mia, sia come denaro, sia come garanzie, sia come credibilità, sia come attendibilità», diceva il legale all'ingegnere Francesco Cuccio, anche lui coinvolto nell'inchiesta della Finanza e finito ai domiciliari. In oltre 13 anni, dunque, Marcatajo si sarebbe prestato a stipulare una serie di affari immobiliari per i Graziano e per il clan dell'Acquasanta che faceva capo ai Galatolo.

Fino ad acquistare la maggioranza delle quote della Igm srl, società riconducibile ai Graziano e finanziata coi soldi dell'imprenditore mafioso. O acquistare e rivendere per conto delle famiglie immobili attraverso una serie di imprese. Come quando curò la vendita di alcuni box auto il cui provento sarebbe andato, racconta Galatolo dopo il suo pentimento, per l'acquisito del tritolo che Cosa nostra si sarebbe procurata per l'attentato al pm della Dda Nino Di Matteo. Galatolo che aveva un credito dalla vendita dei garage di 250mila euro avrebbe chiesto a Graziano di reinvestire direttamente il denaro nell'acquisto dell'esplosivo comprato grazie a una colletta tra i clan. «È emerso - scrive il gip nell'ordinanza di custodia cautelare - che quando i Galatolo hanno bisogno dei mezzi di finanziamento si rivolgono ai Graziano con i quali sono soci in affari e i Graziano li reperiscono con diversi canali di approvvigionamento tra cui, in primo luogo, rivolgendosi a Marcatajo».

Dell'importanza dell'indagine della Finanza ha parlato, durante un'audizione della commissione Antimafia, il procuratore di Palermo Francesco Lo Voi che ha coordinato l'inchiesta: «ha toccato alcuni soggetti appartenenti al mondo delle professioni, in particolare un avvocato e un ingegnere che si sono prestati, secondo la tesi dell'accusa, a riciclare gli enormi capitali prodotti da quelle famiglie, a intestarsi fittiziamente i beni appartenenti a alcuni componenti di quelle famiglie e quindi anche a favorire l'occultamento di questi beni compiendo una serie di operazioni finanziarie che hanno necessità di essere svolte ed eseguite da persone non note negli ambienti mafiose ma che appartengono al mondo delle professioni».

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