PALERMO

Locali chiusi dopo il sequestro di mafia, i dipendenti temono per il futuro

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Le attività rientrano nel patrimonio da 10 milioni di euro riconducibile a Luigi Salerno e Maurizio De Santis, messo sotto chiave da carabinieri e guardia di finanza

PALERMO. Saracinesche chiuse, vetrine al buio. Bocche cucite, poca voglia di parlare. C’è aria pesante dopo l’operazione di carabinieri e guardia di finanza che ha portato al sequestro, tra gli altri beni, di tre noti locali cittadini in base ad un provvedimento della sezione misure di prevenzione del tribunale, su richiesta della procura. Il blitz complessivamente ha portato nella rete, come anticipato ieri dal Giornale di Sicilia, beni e complessi aziendali per dieci milioni di euro.

I locali sono l’ex trattoria il «Bucatino» di via Principe di Villafranca, oggi «Cucì», la rivendita «Tabacco&caffè» di via Gaetano Daita e il pub «Jazz ’n Chocolate» di via Giacalone, traversa di via Maqueda, nella zona di piazza Olivella. Per gli investigatori fanno parte del patrimonio riconducibile a Luigi Salerno, 68 anni, costruttore edile affiliato alla famiglia di Porta Nuova - condannato in via definitiva a nove anni per mafia ed estorsione - e al genero Maurizio De Santis, 50 anni, in carcere dall’aprile dell’anno scorso per estorsione. Sotto chiave sono finiti, insieme ai tre locali, anche ville, appartamenti, auto, magazzini, terreni e conti correnti.

Sequestro di mafia a Palermo, nomi e foto

 

Un tesoro «illecitamente accumulato» nel corso degli anni, hanno accertato gli uomini del nucleo investigativo dell’Arma e del Gico della Finanza, passato al setaccio con accurati accertamenti patrimoniali per l’«evidente sproporzione» tra il valore dei beni e i redditi dichiarati. Adesso, però, la preoccupazione è soprattutto per la sorte dei dipendenti delle attività commerciali sequestrate e passate in custodia agli amministratori giudiziari. In particolare per i lavoratori di «Tabacco&caffè» di via Daita. Ieri le luci sono rimaste spente nelle quattro vetrine ad angolo con via Mazzini. All’ingresso solo un cartello: «Chiuso per inventario».

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