L'ALLARME

Rischio infiltrazioni in Sicilia: verifiche su moschea di Villabate - Video

Doppio vertice in Procura. Controlli nella comunità islamica di Villabate considerata particolarmente attiva. Nella foto il procuratore Lo Voi

PALERMO. Un vertice ieri mattina, un altro in programma oggi: la Procura antimafia di Palermo, che si occupa anche di antiterrorismo, prende molto sul serio il rischio di infiltrazioni di cellule del terrore in Sicilia e la possibilità che vi siano basi operative e logistiche in più parti dell’Isola. E le verifiche puntano anche sulla moschea di Villabate, a due passi dal capoluogo, che già in un rapporto del 2007 del ministero dell’Interno era stata definita «Jamaat Eddawa», una comunità per la propaganda islamica particolarmente attiva, con frequentatori considerati su posizioni integraliste, capaci di instaurare «contatti con altre associazioni per la diffusione del radicalismo islamico».

Non c’è una vera allerta terrorismo per possibili atti violenti della Jihad nella regione, ma è concreta l’ipotesi che tra Palermo e le province vicine ci possa essere una struttura di supporto e di accoglienza di affiliati dell’Isis o di Al Qaeda. I tragici fatti francesi di questi giorni hanno riportato di attualità un’indagine aperta già nei mesi scorsi e che era stata oggetto di divergenze di vedute tra Procura e ufficio Gip.

 

Perché i pm avevano chiesto di monitorare una delle possibili «centrali» di smistamento e di fornitura di documenti, denaro e altri generi di prima necessità per assicurare libertà di movimento, in Europa, a presunti combattenti islamici. Ma un giudice non ha autorizzato intercettazioni ambientali e video, perché ha ritenuto insufficienti gli indizi prodotti dai pm. Ora tutti questi elementi sono al centro di riunioni che si susseguono: ieri mattina i dirigenti della Digos hanno incontrato il coordinatore del pool, il procuratore aggiunto Leonardo Agueci, con i sostituti Sergio Barbiera e Emanuele Ravaglioli.

Oggi ci sarà anche l’altro pm Gery Ferrara e non è esclusa la presenza del nuovo procuratore, Francesco Lo Voi. Proprio il capo della Dda, che è reduce da un’esperienza come rappresentante italiano a Eurojust, la SuperProcura europea, confida nel coordinamento tra uffici inquirenti: «Lo scambio delle informazioni è fondamentale — dice Lo Voi — e i sistemi ci sono, con i rapporti tra le forze di polizia e di intelligence e la supervisione a livello centrale e periferico. Il coordinatore antiterrorismo dell’Ue, il belga Gilles De Kerchove, assicura queste funzioni». Anche a Palermo, «capitale della mafia», il pericolo non viene affatto sottovalutato: «Si tratta — aggiunge il capo dei pm — di episodi di gravità crescente e la cui successione nel tempo si fa sempre più ravvicinata. Ciascun Paese deve svolgere il proprio ruolo, così come le istituzioni europee».

Alla moschea di Villabate porta un filo la cui origine è sulle coste del Ragusano, approdo di migliaia di migranti, tra i quali si sarebbero infiltrati pochi e selezionati uomini pronti a tutto. Nessun intento di criminalizzare il tempio islamico, dicono in Procura, dove nei confronti della comunità religiosa il rispetto è massimo. Ma le verifiche saranno a 360 gradi, perché più di un personaggio che, dopo le inevitabilmente complesse verifiche individuali, è risultato essere potenzialmente pericoloso, avrebbe coperto il percorso dal Ragusano al Palermitano.
La Sicilia è il principale crocevia dei flussi migratori diretti verso l’Europa. E proprio ieri il pm Calogero Ferrara ha chiesto 30 anni di carcere per il somalo Elmi Mouhamud Muhidin, sotto processo davanti alla Corte d’assise di Agrigento, con l’accusa di tratta degli esseri umani. Muhidin, che è accusato di avere catturato i migranti in marcia tra Ciad e Sudan, portandoli nel deserto libico e costringendoli con torture e stupri a pagare 3300 euro a testa, avrebbe agito utilizzando armi e mitragliatrici pesanti, con una perfetta organizzazione di tipo militare.

Poi però, lui che è somalo, si è mescolato a un gruppo di nordafricani ed è sbarcato in Sicilia, dove le sue vittime lo hanno fatto arrestare. La domanda ancora senza risposta è cosa stesse venendo a fare in Italia, nel barcone dei disperati, un ricchissimo trafficante di uomini, capo di un’organizzazione paramilitare dotata di armi di ogni tipo.

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