PALERMO

Pentito condannato a pagare gli alimenti alla ex: ma dice di non farcela coi soldi che gli dà lo Stato

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Fabio Tranchina dovrà versare 400 euro al mese alla sorella del boss Cesare Lupo. Aperta un’inchiesta penale

PALERMO. La moglie aveva tentato in tutti i modi di non farlo collaborare con la giustizia, ma lui prima le ha dato retta, poi l’ha lasciata e ha deciso di raccontare tutto quel che sa. Ora però deve pagarle gli alimenti. E questo anche se lei, Giovanna Lupo, è sorella di un mafioso di rango di Brancaccio, Cesare Carmelo Lupo, che era stato anche il capocosca di Fabio Tranchina. Prima che Tranchina stesso si pentisse e si infilasse anche in questa storia paradossale: la condanna civile e l’inchiesta penale.

Giovanna Lupo per qualche giorno c’era pure riuscita, a frenare il marito: era la primavera del 2011 e, dopo avere reso i primi verbali di interrogatorio, Tranchina si era fatto convincere a ritrattare e a tornare in città da Firenze, dove aveva parlato con i pm che indagano sulle stragi del ’93. Trascorso qualche giorno, però, anche per via della sua relazione extraconiugale con la moglie di un ergastolano, Tranchina aveva deciso di parlare comunque e aveva raccontato tutto quel che sa sulle stragi del ’92 e del ’93 a Roma, Firenze e Milano. Aveva pure contribuito a far riaprire le indagini su via D’Amelio, scagionando, assieme all’altro pentito Gaspare Spatuzza, gli ergastolani accusati dal falso pentito Vincenzo Scarantino.

Ma questi fatti non entrano nelle aule civili, in cui l’ex mafioso è stato condannato a pagare gli alimenti alla ormai ex consorte: 400 euro al mese che lui, il collaborante, sostiene di non avere, perché dallo Stato riceve solo mille euro al mese. E poiché si trova agli arresti domiciliari e non lavora, deve mantenere anche la ex moglie dell’ergastolano Giorgio Pizzo, che sta ancora con lui, non ha pagato. E per questo c’è un’inchiesta (penale) gestita dal pm Daniele Paci, per il mancato adempimento di un obbligo che tocca al coniuge separato.

Non solo per strage, non solo estorsioni o associazione mafiosa: Tranchina, ex mafioso di Brancaccio, risponde di un reato considerato bagatellare, ma che nel suo caso assume un significato molto particolare. Perché Cesare Lupo, più volte condannato, è considerato uno dei capi della cosca governata — anche dai rigori del carcere duro, il cosiddetto 41 bis — dai fratelli Filippo e Giuseppe Graviano. La legge però è uguale per tutti e la sorella di Lupo, carte alla mano, ha dimostrato il proprio diritto di ricevere un assegno di mantenimento, perché lei non lavora e il marito ha comunque uno «stipendio», come collaborante. Dunque deve contribuire anche lui al sostentamento della famiglia, che comprende anche figli piccoli. E poco importa se a Cesare Carmelo Lupo sono stati sequestrati beni per milioni: lei, Giovanna, risulta infatti nullatenente.

Tranchina è così in difficoltà. I debiti nei confronti della moglie separata si accumulano, ma lui i soldi dice di non averli: il reato si considera commesso il 30 aprile del 2013 e la Lupo, assistita dall’avvocato Dominga Cannarozzo, è considerata «persona offesa». Tranchina, difeso dall’avvocato Monica Genovese, aveva tentato di ottenere un aumento del sussidio versatogli dal Servizio di protezione, ma finora non ci è riuscito. Giovanna Lupo ha rifiutato la protezione da parte dello Stato. Non solo, probabilmente, per via dei suoi legami di sangue, ma anche, quasi certamente, perché tradita dal marito. E a vivere con mille euro al mese anche con la nuova compagna, nella località protetta in cui si trova, e a dare 400 euro alla ex moglie, Tranchina dice di non farcela.

 

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