Le ragioni dell'addio, Marchetti: "Differenza di vedute con Orlando"

Parla l'ormai ex vicesindaco e assessore al Bilancio del Comune di Palermo il giorno dopo l'addio in Giunta. "Sui conti da risanare io la vedo in un modo, il sindaco in un altro. Non si può curare il tumore con un'aspirina", facendo riferimento alla salvezza della Gesip senza aumentare le tasse
Palermo, Cronaca

PALERMO. «Io faccio sempre quello che la mia coscienza mi detta di fare. E se fossi rimasto in giunta, avrei tradito e danneggiato la mia coscienza e le istituzioni». Il generale Ugo Marchetti, 65 anni, il giorno dopo le dimissioni da assessore al Bilancio e da vicesindaco che hanno terremotato l’amministrazione Orlando rivendica la sua scelta, bollando come boutade le ragioni di tipo personale: «In quarantacinque anni nella Guardia di finanza mi sono trasferito quattordici volte, si immagini se mi preoccupava spostarmi da Roma a Palermo».
No. A convincerlo a rinunciare all’incarico pur ribadendo «grande stima a Orlando, un galantuomo, una persona geniale», sono state divergenze profonde sulla strategia per risanare i conti della città. «Lui ha visto le cose in una maniera, io in un’altra». Una decisione che spiega con toni da generale: «Sono andato a Roma il 4 agosto per riflettere, e ho sviscerato tutti gli aspetti. Si fa così quando si prendono le decisioni importanti, si riflette, si matura una scelta e non si torna indietro». Le ragioni nel dettaglio no, non le spiega, «perché il patto d’onore che ho fatto con il sindaco è quello di non parlarne prima che parli lui con la città», ma quelle emergono sempre più chiaramente. Da una parte, il politico Orlando, che deve salvare la Gesip, mantenere la promessa di non aumentare le tasse, trovare risorse per fare ripartire la macchina.
Dall’altra, il tecnico Marchetti che guarda ai numeri. E che porta avanti le ragioni «dure e pure» legate alla necessità di fare quadrare i conti, costi quel che costi. Passando ai raggi X, una per una, con le forbici in mano, le spese correnti, quelle in conto capitale, le poste dirette, quelle indirette (riconducibili alle partecipate). Stringere ancora di più la cinghia, aumentare le tasse comunali, l’Imu e la Tarsu, a costo dell’impopolarità e allora, solo allora, dopo un esame di coscienza levapelle, andare a Roma a chiedere aiuti vincolati a risultati. «Se c’è il tumore non lo posso curare con l’aspirina», ha detto ai suoi. Una visione tecnica (secondo i suoi detrattori tecnicistica, meramente contabile) che ci si doveva comunque aspettare da un uomo con la sua storia, il suo passato, la sua formazione.
Prima nei ranghi della Guardia di finanza fino ai massimi livelli, adesso magistrato della Corte dei Conti. Fama di inflessibile, di legalitario, di uomo tutto d’un pezzo. «Non abbiamo mai nascosto le difficoltà del bilancio del Comune — spiega — ma tutto quello che è frutto dell'uomo è umanamente correggibile, non è un problema sovrannaturale. E allora occorre una persona normale che alimenti queste regole del gioco su comportamenti etici, etico-civili, secondo le regole della modernità. Io che cosa bisogna fare l’ho detto e l’ho lasciato anche scritto al sindaco». Un esame di coscienza, senza stare troppo a dire che la colpa non è propria, che le partecipate sull’orlo del tracollo che stanno trascinando nella rovina l’intero Comune sono un’eredità dell’amministrazione passata.
No, nessuna paura, nessun arretramento di fronte alle difficoltà. «Io sono un uomo di servizio, e se la collettività mi chiede di svolgere un servizio, anche rinunciando a privilegi, io ci credo. Se non lo fa uno come me, che ha condotto una vita fortunata, uno alla mia età che ha raggiunto traguardi oltre ciò che sperava, chi lo fa?». La dialettica tra politici e tecnici lui ha risolve senza conflitti. «Io credo che servano politici manager, e dico politici non nel senso di gente di partito, di apparato, ma di persone che abbiano a cuore la polis, la città, la comunità. E che abbiano le competenze e la capacità di amministrare».

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